Sub morti e l’hashish nelle spiagge, la Procura ipotizza nave della droga naufragata

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Tre il numero dei copri senza vita recuperati tra fine dicembre e i primi giorni di gennaio a Cefalù, Castel di Tusa (Messina) e Termini Imerese. Mentre i pacchi di droga sono stati trovati a San Leone, Realmonte, Belice Mare, Marsala e Capo d’Orlando.

A fare chiarezza saranno gli esiti degli esami di laboratorio. I panetti di hashish – ritrovati a San Leone e a Realmonte, ma non soltanto – appaiono essere tutti dello stesso tipo. A prescindere dai marchi, più o meno suggestivi visto che riportano i nomi di giocatori di calcio o di note case automobilistiche, quella “roba” – compresi gli ultimi 50 pezzi ritrovati e sequestrati dai carabinieri lunedì mattina sulla spiaggia di San Leone – sembra essere tutta della stessa fattura. Le intuizioni investigative – l’inchiesta è coordinata dal procuratore capo Luigi Patronaggio – dovranno però, appunto, essere confermate dagli esiti degli esami di laboratorio il cui incrocio è ancora in corso.

E’ questa l’ipotesi investigativa sulla quale gli inquirenti stanno lavorando: una nave madre avrebbe fatto naufragio al largo di Trapani, e i panetti di droga sarebbero stati trasportati dai marosi lungo le coste siciliane.

L’ipotesi investigativa privilegiata è quella di un grosso carico di hashish che potrebbe essere naufragato a largo di Trapani. E da quel punto, le correnti potrebbero essere riuscite a trascinare a Nord e a Sud gli scatoloni che, verosimilmente, erano stati creati per galleggiare. L’hashish – i 50 pezzi – ritrovato sulla spiaggia di San Leone lunedì mattina farebbe invece parte di uno scatolone che verosimilmente si è smembrato a causa delle correnti marine e dall’essere in acqua da tempo.
L’ipotesi del naufragio a largo di Trapani cammina a braccetto, con l’ipotesi di una nave “madre” straniera – tipo un peschereccio o barca a vela – che consegnerebbe gli scatoloni ricolmi di roba a corrieri locali che arrivano sulle coordinate concordate con motoscafi veloci. I panetti di hashish – seppur rigorosamente ricoperti di cellophane, dentro sacchi di iuta e sistemati all’interno di scatoloni con più strati di nastro adesivo per rendere tutto impermeabile – in mare potevano finirci solo in caso di estrema emergenza. Magari per provare a sfuggire ad un controllo inatteso. Di proposito quelle scatole non sarebbero mai finite in mare perché il rischio – soprattutto economico – che il prodotto venisse danneggiato dall’acqua marina era troppo alto. In Procura, ad Agrigento, si sta analizzando anche il più piccolo, insignificante, dettaglio per provare a delineare i contorni del “giallo”. Le indagini sono tutt’ora apertissime e il collegamento investigativo è stato già avviato.
Negli ultimi giorni, al quinto piano del palazzo di giustizia l’attenzione s’è focalizzata anche sul cadavere, pare di un giovane, ritrovato sugli scogli di Licata. Potrebbe esserci un collegamento con le scatole di hashish? O perfino anche con gli altri cadaveri ritrovati nel Palermitano e nel Messinese? Gli interrogativi – per i magistrati agrigentini – sono stati, di fatto, inevitabili. L’ipotesi più accreditata – secondo quanto filtra dagli inquirenti – si tratta di un immigrato annegato. Una delle tante vittime della disperazione e dei viaggi della speranza. Non potendo però – categoricamente – escludere altro, la Procura si sta muovendo per fare in modo che sulla salma venga effettuato l’esame del Dna. Esame che potrebbe dare delle precise indicazioni, oltre che naturalmente per consentire il riconoscimento.